01

ottobre

2017

Le prime ore di settembre avevano spazzato via l’estate poco dopo la mezzanotte, quando il vento si era incanalato tra i palazzi come un treno in galleria, richiamando dai monti la prima tempesta da mesi. Un’ora più tardi era però tutto già sfilato altrove, lontano sul mare, e dello sconquasso non restavano che gocciolii, gorgoglii, e un buio liscio come mai prima.

Ben attento a non poggiare i gomiti sul davanzale ingombro di foglie e rametti, Markus guardava tre piani più sotto la luna occhieggiare dalle pozzanghere – unica luce scampata al black-out – rapito dalla bellezza di ciò che vedeva o solamente percepiva: fresco, silenzio, il sollievo di sospirate assenze (macchine, cattivi odori e persone soprattutto) e un profumo, di asfalto bagnato e aghi di pino, che raccontava la fine dell’estate meglio di qualsiasi calendario.

Inspirò a pieni polmoni e tornò alla scrivania, dove la pagina galleggiava sul monitor del portatile attraverso il fumo di sigaretta. Cinque ore e otto minuti di autonomia residua secondo l’icona a forma di batteria: quante pagine ci stavano, in cinque ore? Al ritmo delle ultime settimane nemmeno una, non una sola riga. Sedeva lì da un’eternità, da quando la notte era gonfia d’afa e nel soggiorno galleggiavano pigre nubi d’insetticida alla lavanda. Era stato appena un paio d’ore prima, ma dovevano essere accaduti eventi eccezionali se adesso la pelle gli s’increspava di brividi, il pulsare della discoteca era crollato in una linea piatta dopo mesi di tortura, e nessun ubriaco sbraitava nel vicolo contendendo il territorio a gatti, topi e senzatetto.

Dio solo sapeva cos’avrebbe dato pur di scrivere qualcosa di decente. Era a metà di un sospiro quando il soggiorno avvampò di bianco. Poi il tuono gli esplose addosso investendolo con la violenza di un tir…

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