22

agosto

2017

Era stata una lunga attesa: in cinquantasei anni c’era in pratica tutta la sua vita, ciò che era stato e non era più, ciò che aveva sognato e dimenticato, le cose fatte e quelle non riuscite, traguardi e rinunce. Nel 1961 aveva dieci anni e pensava in una lingua; nel 2017 ne aveva sessantasei e parlava in un’altra. Aveva visto l’uomo andare sulla luna e poi negare che ci fosse mai andato; computer grandi come palazzi diventare così piccoli da star nel palmo di una mano. Aveva testimoniato il boom, la voglia di rinascere, la crescita, lo stallo, lo svuotamento degli ideali e la loro sostituzione con idoli fasulli. Aveva seguito l’affermarsi dei diritti universali e quegli stessi diritti, ora, li vedeva corrosi dal rifiuto di chi se li arrogava senza assumersene i conseguenti doveri. I genitori non erano responsabili per sé figurarsi se lo erano per i figli; le regole valevano per tutti ma tutti pensavano valessero per gli altri e dunque nessuno rispettava più le regole. Gli aliti mostruosi che avevano soffiato sull’Europa e nel mondo prima e durante le guerre si erano inizialmente sopiti, poi trasformati nella brezza della ragione, mentre adesso riprendevano vigore all’ombra di un oscurantismo dilagante. Aveva avuto un fratello storpio per la poliomielite e quarant’anni dopo testimoniava una diffidenza medioevale nei confronti di scienza e medicina. Aveva insomma visto il mondo unirsi e risorgere e poi dividersi e sfaldarsi in miliardi di microcosmi personali. Immaginò fosse quella l’entropia dell’universo, e fu con tali sentimenti che si posò sul naso gli occhialetti per guardare l’ultima l’eclissi.

Quando dopo uno, cinque, cinquanta minuti il sole non era ancora ricomparso; quando la gente cominciò a fuggire e le sirene a ululare; quando quel vento soffiò da lontano portando con sé polvere e cenere; quando i media strepitarono che il sole era scomparso in tutto il mondo; quando infine le trombe suonarono in cielo e tutti compresero cosa sarebbe calato su di loro, in fondo nemmeno si stupì.

Ringraziò Dio di avere amato, rivolse un pensiero a sua moglie, sperò di raggiungerla a breve e lento lento prese la via di casa. La gente intorno a lui piangeva e gridava ma non vi fece caso. Poi il vento si fece gelido, rinforzò in uragano e lui annuì tra sé, perché è così che doveva andare. Mentre le trombe crescevano in volume fino a far sanguinar gli orecchi, mentre ali scendevano in turbini dal sole morente, si disse che doveva accadere, perché chi semina vento è tempesta ciò che raccoglie.

E quella, di tempesta, sarebbe stata la peggiore.
E l’ultima.

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