06

luglio

2017

I figli della grassa

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Il sole era tramontato da un pezzo, ma in cielo resisteva la luminosità elettrica dei giorni più lunghi. Alle dieci meno qualcosa il bar era chiuso, l’insegna spenta, i tavolini ritirati. Eppure cinque sedie si allineavano sul marciapiede, bianche sotto quella specie di radiazione celeste. Cinque sedie e altrettante figure, per lo più immobili, dentro cui s’accendeva di tanto in tanto la vampa d’una sigaretta.
– Oh?
– Eh?
– Ce ne andiamo in Marocco?
– Pippi sei suonato?
Il Pippi fece prima finta di nulla, poi si strinse nelle spalle. – Avete sentito di Gesù?
– Lo scemo?
– Lo scemo che in due viaggi ha tirato su milionate e adesso si scarrozza in BMW con quella porno-gnocca super-intappata. Se ce l’ha fatta lui, perché noi no?
– Perché ha solo avuto un gran culo. – commentò una voce che poteva essere di Murat ma anche di Ferruccio. Pippi scosse la testa come a sottolineare che proprio non lo capivano, qual era il punto.
– Culo? Se lo vuoi chiamare culo chiamalo culo, vorrà dire che l’avremo anche noi. Tanto culo e una montagna di soldi. Mica mandiamo i razzi su Marte: prendiamo qualche dritta, doppi fondi nel serbatoio, e torniamo ricchi come sceicchi. Più facile di così…

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